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Alcolismo ed Abuso di Alcol

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Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Domenica 15 Gennaio 2017 00:46

ALCOLISTI ANONIMI - PREFAZIONE II°EDIZIONE ITALIANA

Scritto da Tito
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ALCOLISTI ANONIMI - PREFAZIONE II°EDIZIONE ITALIANA

“Noi di Alcolisti Anonimi, siamo un centinaio di uomini e di donne che sono usciti da uno stato fisico e mentale che sembrava senza speranza. Spiegare con precisione agli altri alcolisti come ci siamo recuperati, è lo scopo principale di questo libro”.

Così co­minciava la breve prefazione alla prima edizione del 1939 di “Alcolisti Anonimi” e proseguiva invitando a rispettare l’anonimato che si era imposto l’appena nata Associazione. Essa non era organizzata nel senso tradizionale perché non aveva capi e non era necessario pagare per farne parte: unico requisito per divenirne membri era il desiderio di smettere di bere. “Noi vorremmo semplicemente aiutare coloro che soffrono d’alcolismo”, concludeva la prefazione della prima edizione.

Molto più lunga ed articolata quella alla seconda edizione del 1955 quando A.A. si era già diffusa nei cinque continenti. A 16 anni dalla sua nascita A.A. poteva cominciare a raccontare la sua storia.

La scintilla che fece nascere il primo Gruppo di A.A., scoccò in Akron, nell’Ohio, nel giugno 1935 durante una conversazione fra un agente di cambio di New York e un medico della città. Sei mesi prima l’agente di cambio era stato liberato dalla sua ossessione alcolica da un’improvvisa esperienza spirituale e aveva capito che se voleva con­servare la propria sobrietà doveva, in qualche modo, “portare il suo messaggio” a un altro alcolista, aveva capito che solo un alcolista poteva aiutare un altro alcolista. Convinto da questa intuizione, l’agente di cambio aveva tentato in quei sei mesi di aiutare altri alcolisti, riu­scendo solo a conservare la sua sobrietà. Poi, quel viaggio d’affari ad Akron, nell’Ohio; gli affari andarono malissimo e l’agente di cam­bio, piombato in uno stato d’angosciosa depressione, capì che se vo­leva salvarsi da un’imminentissima ricaduta, doveva parlare con un altro alcolista. La sorte volle che fosse un medico chirurgo di Akron.

Questo incontro “storico” per gli alcolisti di tutto il mondo è raccontato dettagliatamente nelle “storie personali” di Bill, l’agente di cambio autore di questo libro, e del Dr. Bob, i co-fondatori di Alcolisti Anonimi. Dopo un colloquio durato l’intera notte il Dr. Bob riuscì a smettere di bere e Bill a conservare la sua sobrietà pericolante.

I due uomini si misero strenuamente al lavoro convinti dalla pro­va dei fatti che se volevano conservare la propria sobrietà dovevano “passarla” ad altri. Così cominciò il periodo pionieristico di A.A. che si concluse nel 1939 con la pubblicazione di questo libro. Quando la grande stampa americana cominciò ad occuparsene, ci fu un autentico diluvio di richieste d’aiuto: nel 1941 gli alcolisti recuperati erano più di 8.000 ed A.A. era già negli U.S.A. un’istituzione nazionale.

L’Associazione cresceva rapidamente e crescevano e si molti­plicavano i problemi: i Gruppi sempre più numerosi d’alcolisti (caratterialmente complicati per definizione) gliel’avrebbero fatta a du­rare e coesistere? Come sarebbero stati risolti gli inevitabili problemi relativi alle gerarchie, alla selezione, alla qualità dei membri e al dena­ro? Come tenere a bada le ambizioni e la ricerca di prestigio? Come evitare i pericoli di scismi?

Nell’affrontare questi problemi i Gruppi vissero paurose espe­rienze che misero seriamente in pericolo la sopravvivenza dell’Asso­ciazione. Come gli alcolisti avevano scoperto i principi cui attenersi per sopravvivere individualmente alla loro insidiosa malattia, così do­vettero scoprire e formulare altri principi cui i Gruppi avrebbero dovuto attenersi per mantenere la propria unità, funzionalità e vitali­tà. Si capì che nessun alcolista, uomo o donna, che si dichiarasse tale, poteva essere escluso dall’Associazione che i “capi” potevano solo servire e mai comandare; che ciascun Gruppo doveva essere autono­mo, che la “terapia” di A.A. non sarebbe mai dovuto diventare professionale. Inoltre, che non vi dovessero essere quote d’iscrizione e che le spese dei Gruppi dovessero essere coperte da contributi volon­tari. Minima l’organizzazione e meno articolata possibile. Le rela­zioni pubbliche basate soprattutto sull’attrazione piuttosto che sulla promozione. L’anonimato, che ricorda di mettere i princìpi al di sopra delle personalità, conservato a tutti i livelli. Questa è la sostanza delle Dodici Tradizioni che si trovano a pagina 339 di questo libro. Sono principi che non hanno forza di legge, ma che sono rispettati dai Gruppi di A.A. di tutto il mondo: su di loro si fonda la vitale e peren­ne Unità di A.A..

Nei suoi 56 anni di vita A.A. è clamorosamente dilagata in tutto il mondo (in 160 nazioni dei cinque continenti) per due prin­cipali ragioni. La prima è l’alto numero di alcolisti recuperati e di famiglie riunite. Più della metà degli alcolisti approdati ad A.A. hanno raggiunto quasi subito la sobrietà e sono rimasti sobri, e un altro 25% ce l’ha fatta dopo parecchie ricadute, se ha seguitato a frequentare A.A.. Degli altri numerosissimi alcolisti che sono ve­nuti a qualche riunione di A.A. e poi hanno deciso di non voler accettare il suo Programma, un buon numero, 2 su 3, dopo qual­che tempo, mesi o anni, ha ripreso a tornare alle riunioni.

L’altra ragione della rapida crescita di A.A. è il gran numero di amici che ha trovato: medici, scienziati, religiosi, giornalisti che hanno creduto in A.A. e l’hanno raccomandata ed aiutata. Più avanti in que­sto libro troverete l’opinione scritta nel 1939 dal Dr. William D. Silkworth, il grande medico benefattore di questa Associazione.

A.A. non è un’organizzazione religiosa né ha alcuna particolare opinione scientifica sull’alcolismo, tuttavia collabora attivamente con gli uomini della medicina e della religione.

La crescita media annuale del mondo degli associati ad A.A. è del 7%: minima, in confronto ai milioni di attuali e potenziali alcolisti nei cinque continenti.

Ma è nostra grande speranza, pubblicando in italiano questo li­bro, che coloro che non hanno trovato finora una risposta al loro problema alcolico, comincino a trovarla in queste pagine e che, leggendo qualcuna delle storie personali, pensino: “Si, questo è successo anche a me” o, più importante: “Sì, anch’io ho vissuto questa esperienza o, più importante ancora: “Sì, io credo che questo programma possa aiutarmi”.

Questo libro e questa Associazione, hanno un unico scopo: aiu­tare gli alcolisti a uscire dal loro problema. E ogni giorno, in qual­che parte del mondo, il recupero comincia quando un alcolista parla con un altro alcolista: mettendo in comune esperienza, forza e speran­za.

Tratto da: "Alcolisti Anonimi"

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
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IL GIOCO DELLA BOTTIGLIA : L'INIZIAZIONE ALL'ALCOL È SEMPRE PIÙ PRECOCE

L’iniziazione all’alcol è sempre più precoce. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità si inizia a bere alcolici a soli 11 anni. Ed è ovviamente emergenza. Anche a Carpi il quadro è tutt’altro che roseo, basti pensare che al Pronto Soccorso dell’Ospedale cittadino giungono ogni fine settimana giovani e giovanissimi, ancora incapaci di metabolizzare l’alcol, in stato di pre-coma o coma etilico. “Casi di binge drinking  (ubriacatura rapida con assunzione di 6-8 bicchieri in meno di mezz’ora)  - spiega il dottor Massimo Bigarelli, direttore del Sert di Carpi e Mirandola - non sono rari e finiscono in Pronto Soccorso. Occorre che questi episodi di coma o pre-coma etilico non vengano minimizzati ma, al contrario, portino all’analisi di un problema esistenziale, un disagio, che potrebbe sottendere a queste situazioni acute”.

Ma quanto è diffuso in città il problema dell’abuso di alcol tra i minori? “Il centro alcologico di Carpi ha in cura 121 pazienti, dei quali 97 uomini e 24 donne. Nell’anno in corso - prosegue il dottor Bigarelli - abbiamo avuto 21 nuovi accessi. L’età media è di 46 anni ma ogni anno abbiamo 2-3 segnalazioni di utenti minori. Si ritiene infatti che il problema dell’abuso etilico (sporadico, non etilismo vero e proprio) tocchi il 10-12% dei giovani”. Al momento, gli Under 18 in cura al Sert, al Centro adolescenza e alla Neuropsichiatria infantile con abuso etilico “sono 3 e seguono programmi di recupero individuale con attenzione alla sfera psicologica e al rapporto con la famiglia. Non parliamo di dipendenza da alcol - specifica il dottor Bigarelli - bensì di un abuso e sovente di sostanze (cocaina e cannabis) per sballare rispetto alla quotidianità”.

Ed è solo la punta dell’iceberg. L’alcol è certamente la sostanza psicoattiva più dannosa, accessibile, economica e diffusa nella nostra società. Una piaga dalla quale i minori devono stare lontani. Ai genitori il compito di educare e ascoltare, come raccomanda il direttore del Sert: “l’ascolto dei ragazzi è fondamentale oltre al giusto e deciso richiamo sui rischi.

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: http://www.temponews.it/news_9534_Il_gioco_della_bottiglia.html

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giovedì 05 Gennaio 2017 19:39

UNA SUORA IN A.A.

Scritto da Tito
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UNA SUORA IN A.A.

Mi chiamo 5. e sono un’alcolista.

Non ho mai avuto il coraggio di scrivere la mia storia; ora presa carta e penna, ho cominciato, sperando che questo possa servire anche ad altri. Quanto vorrei che questa mia testimonianza penetrasse in tutti i conventi di religiosi e religiose, in tutte le case di comunità.

La Chiesa dice: “Aprite le porte a Cristo” io vorrei dire loro:

“Aprite i vostri cuori, spalancate i vostri portoni perché una soluzione esiste: Alcolisti Anonimi”.

Io sono rinata alla vita, sono felice, ho trovato finalmente delle per­sone splendide, degli amici che mi aiutano tantissimo a stare bene.

Vorrei gridare come quella voce nel deserto: “Abbiate coraggio”.

Vorrei che nessuno soffrisse come ho sofferto io. In convento, nelle comunità, la nostra grave malattia non è compresa, nessun messaggio èarrivato fin lì. Lo posso dire perché l’ho vissuto in prima persona.

Sin da piccola mi è mancato l’affetto dei miei genitori. Ero l’ultima di quattro figli. Mio padre moù di alcolismo a trentaquattro armi, quando io ne avevo due. Fui allontanata da mia madre e messa in collegio. Ricordo di non aver avuto mai amiche, mi sentivo sempre sola ed ero molto triste. Vedevo mia madre solo durante i giorni di festa e in quelle occasioni lei riversava su di me il suo dolore per la scomparsa del marito.

A sedici anni sentivo in me qualcosa di strano, che non sapevo espri­mere; volevo farmi suora, ma non monaca, sentivo che Dio mi chiamava e provavo un desiderio indescrivibile di darmi a Lui, essere totalmente e per sempre Sua sposa. Con l’aiuto del mio direttore spirituale, mi recai nella casa provinciale di suore, dove mi accolsero affettuosamente.

Mi diplomai come infermiera professionale e finalmente mi sentii amata da tutti, ed ero molto serena.

Indossato l’abito religioso, fui trasferita in un ospedale in Sicilia per continuare gli studi e diventare caposala.

Ero felicissima di curare gli arrìrnalati, aiutarli, amarli, ma, dopo poco tempo cominciò per me una vita d’inferno. Non ho mai cercato la causa del mio alcolismo, però ho iniziato a bere da suora. Non ricordo con preci­sione l’anno (credo nel 1984); so bene questo: che bastarono pochi bic­chierini di fernet, consigliato da una mia paziente per il mio mal di stoma­co, a dare vita a un lungo calvario. Bevevo perché mi sentivo inferiore alle mie consorelle, perché ero molto timida, perché dovevo cantare in chie­sa. Vedevo che l’alcol mi trasformava, mi rendeva diversa e capace di affrontare qualsiasi situazione. In ospedale riuscivo a fare delle cose meravigliose, ero benvoluta da tutti: medici, infermieri, ammalati e, per­ché non dirlo, ero anche molto, ma molto invidiata dalle mie consorelle.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giovedì 05 Gennaio 2017 18:59

AFFOGARE IN UN BICCHIERE

Scritto da Tito
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AFFOGARE IN UN BICCHIERE

http://www.interris.it/2017/01/03/109843/

In Italia 450 mila giovani sono a rischio alcolismo. Bevono per bere: a qualunque ora e senza limiti. Un modo per divertirsi e di cui andare fieri. Cominciano presto, qualcuno addirittura a 11 anni (triste record, negli altri Paesi la media è 13 anni). Tra essi ci sono anche ragazzi che studiano con risultati soddisfacenti ma che il pomeriggio e la sera vengono travolti dalla mania dello sballo.

Non comprendono i pericoli che comporta l’abuso di alcolici, compreso quello della dipendenza. Per loro ubriacarsi è un modo di sentirsi grandi, una bravata della quale vantarsi con gli amici. Tanto, dicono, “possiamo smettere quando vogliamo”. Nemmeno la legge – che vieta la vendita di vino, birra e liquori ai minorenne – sembra rappresentare un problema. Basta trovare un negoziante disonesto o trafugare le scorte di casa per aggirarla.

Per comprendere la portata del fenomeno basta addentrarsi nei quartieri della movida, come Ponte Milvio a Roma, e parlare con chi li frequenta. Una ragazza racconta che la sua amica Francesca (il nome di è di fantasia) di 18 anni è finita due volte in coma etilico. In entrambi i casi sono stati gli amici ad avvertire i genitori e a chiamare l’ambulanza che l’ha subito trasporta al pronto soccorso. Questa testimonianza sfata un altro falso mito: non sono solo i maschi ad abusare di alcolici, anche tra le teenager il fenomeno è piuttosto diffuso.

“Ci annoiamo, facciamo sempre le stesse cose alla fine farci una birra ci aiuta ad essere più allegri e la serata passa più veloce!” spiega un altro giovane, quasi a giustificarsi. Qualcuno, invece, “beve per seguire una moda e sentirsi ‘grande’ e accettato dagli altri”. Argomentazioni confermate anche dalla Società italiana di medicina dell’adolescenza, da una parte ci si alcolizza per “essere accettati dal gruppo” (nel 47,6% dei casi), mentre nel 47,5% dei casi per divertirsi.

Condotte che non tengono conto dei rischi per la salute e la sicurezza. Prendiamo il caso degli incidenti stradali; non è solo la riduzione della soglia d’attenzione provocata dai bicchieri di troppo a poter uccidere. I medici spiegano infatti che l’alcol produce effetti sul cuore e, di conseguenza, può provocare malori o svenimenti mentre si è al volante. Con possibili esiti fatali per sé e per gli altri. Il tutto peggiora se alla sbornia si aggiunge il consumo di sostanze stupefacenti come cocaina, ecstasy o le nuove “pillole” di droghe sintetiche che vanno per la maggiore fra i giovani: in questi casi il pericolo di effetti cardiaci letali possono triplicare.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giovedì 05 Gennaio 2017 11:19

Alcol, consumo eccessivo fa male al cuore

Scritto da Tito
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Alcol, consumo  eccessivo fa  male al cuore

http://salute24.ilsole24ore.com/articles/1

Aumenta rischio di fibrillazione atriale, infarto e insufficienza cardiaca

Il consumo eccessivo di alcol mette a rischio il cuore: aumenta le probabilità di soffrire di fibrillazione atriale, infarto e insufficienza cardiaca. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Journal of the american college of cardiology dai ricercatori dell’Università della California di San Francisco (Usa), secondo cui l’abuso di alcolici potrebbe essere pericoloso per il benessere cardiaco quanto la pressione alta, il fumo, il diabete e l’obesità.

Nel corso della ricerca, gli scienziati hanno analizzato le cartelle cliniche di tutti i residenti della California di età superiore a 21 anni che hanno ricevuto assistenza medica tra il 2005 e il 2009. Su un totale di 14,7 milioni di pazienti, circa 268.000 (pari all’1,8%) facevano un uso eccessivo di alcol. Al termine dell’esame, gli studiosi hanno osservato che l'abuso di sostanze alcoliche raddoppia il rischio di soffrire di fibrillazione atriale, accresce di 1,4 volte il pericolo di essere colpiti da un infarto e aumenta di 2,3 volte le probabilità di sviluppare l’insufficienza cardiaca congestizia. Secondo gli esperti, queste percentuali sono simili a quelle associate ad altri fattori di rischio per il cuore, come diabete, ipertensione e obesità. "Abbiamo scoperto che, anche se non si presentano altri fattori di rischio, il consumo eccessivo di alcol aumenta il pericolo di soffrire di cardiopatie – afferma Gregory M. Marcus, che ha coordinato lo studio -. Siamo rimati un po' sorpresi di scoprire che le persone alle quali è stata diagnosticata una forma di abuso di alcol correvano un rischio significativamente più alto di essere colpiti da un attacco di cuore”.

Alla luce dei risultati dell’indagine, i ricercatori ritengono che ridurre l'abuso di alcol da parte della popolazione potrebbe determinare un calo significato dell’incidenza delle cardiopatie. Soltanto negli Stati Uniti, potrebbe ridurre di oltre 73.000 unità il numero dei soggetti affetti da fibrillazione atriale, di 34.000 unità il numero dei casi d’infarto e di 91.000 unità il numero degli individui colpiti da insufficienza cardiaca congestizia.

Ci auguriamo che questo dato serva a moderare il desiderio delle persone di bere troppo e a indurle a non cercare giustificazioni per assumere livelli eccessivi di alcol, perché sembra che la gente pensi che bere faccia bene al cuore – conclude il dottor Marcus -. Questi dati dimostrano piuttosto chiaramente che è il contrario”.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Martedì 20 Dicembre 2016 00:15

CONSUMI ALCOLICI E DANNI ALCOL-CORRELATI

Scritto da Tito
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CONSUMI ALCOLICI E DANNI ALCOL-CORRELATI: IL GAP UOMINI-DONNE SI STA RIDUCENDO?

L’epidemiologia dell’uso di alcol sta cambiando, così come si sta riducendo il differenziale fra uomini e donne rispetto ai danni alcol-correlati, sostiene una recente indagine condotta da un team di ricercatori australiani.

Storicamente, l’uso di alcol e i danni alcol-correlati sono prevalenti fra gli uomini rispetto alle donne.

Tuttavia, questi elementi di fondo, nelle coorti più giovani, sta cambiando. Per l’indagine, sono stati inclusi 68 studi. E’ stato calcolato un rapporto maschi-femmine per tre ampie categorie relative all’uso di alcol e ai danni alcol-correlati (qualsiasi consumo di alcol, uso problematico di alcol, danni alcol-correlati), stratificati in coorti di cinque anni d’età dal 1891 al 2001, con 1.568 indicatori di sesso. I risultati dell’analisi appaiono sorprendenti in quanto si osserva un decremento lineare nel corso del tempo nel rapporto uomini-donne per tutte e tre le categorie di uso di alcol e di danni alcol-correlati.

Fra coloro nati nei primi annni del secolo scorso, i maschi avevano 2.2 probabilità in più di consumare alcol, 3.0 probabilità in più delle donne di farne uso problematico, e di 3.6 probabilità in più delle donne di riportare danni alcol-correlati.

Se si confrontano questi indicatori con i risultati condotti fra le persone nate alla fine del secolo scorso, le proporzioni cambiano in modo significativo. Fra queste coorti, i maschi hanno 1.1 probabilità in più delle donne di consumare alcol, 1.2 probabilità in più di farne uso problematico, 1.3 probabilità in più di avere danni alcol-correlati. In definitiva, i risultati di questo studio suggeriscono (anche se ciò va interpretato con molta cautela, per ovvi limiti metodologici dovuti all’analisi di dati così vecchi) che il gap uomini-donne, nelle tre dimensioni misurate di uso di alcol, si è, nel corso di un secolo, sensibilmente ridotto.

copia integrale del testo si può trovare al seguente link:       http://www.cesda.net/?p=11202

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giovedì 15 Dicembre 2016 15:30

SARDEGNA: ALCOL, GRUPPI E SERVIZI PER USCIRE DAL PROBLEMA

Scritto da Tito
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SARDEGNA: ALCOL, GRUPPI E SERVIZI PER USCIRE DAL PROBLEMA

ALCOL, I GRUPPI E L’AIUTO PER USCIRE DAL TUNNEL

In città il 10 per cento di persone “dipendenti”. Il rapporto tra le famiglie, i volontari del Club e l’Asl

PORTO TORRES. Formare gli operatori per i gruppi di auto aiuto e sensibilizzare la popolazione sulla problematica che hanno le persone con dipendenza da alcol o alcool correlati. Sono queste le azioni più importanti emerse nel corso del convegno delle famiglie dei Club alcolisti in trattamento svoltosi nei giorni scorsi nella sala Filippo Canu.

«Porto Torres è collocata nella media nazionale del 10 per cento per quanto riguarda le persone che hanno dipendenza da alcol – ha detto l’assessore alle Politiche sociali Rosella Nuvoli – e in città c’è un solo club che coinvolge sei famiglie e che dovrà lavorare per azioni che portino alla conoscenza sempre più maggiore del problema: noi collaboriamo col club e l’idea è quella di rafforzare ulteriormente questa collaborazione attraverso un atto della giunta comunale che demanderà gli uffici a porre in essere azioni importanti».

Lo psichiatra del SerD di Sassari Paolo Loffredo ha specificato che la problematica dell’alcool dipendenza non va affrontata solo dal punto di vista medico: «I gruppi di auto aiuto hanno un ruolo fondamentale per supportare la persona e cercare di farla uscire dal circuito di dipendenza». Nell’incontro è stato infatti diffuso il messaggio che moltiplicare il numero dei Club all’interno della comunità turritana è sempre più necessario per avere volontari che lavorino in sinergia le con Asl e Servizi sociali.

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: http://lanuovasardegna.gelocal.it/sassari/cronaca/2016/12/07/news/alcol-i-gruppi-e-l-aiuto-per-uscire-dal-tunnel-1.14531588?refresh_ce

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Mercoledì 14 Dicembre 2016 11:23

Primo Passo io sono un alcolista

Scritto da Tito
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Primo Passo io sono un alcolista

Ci sono dei princìpi in A.A. che conservano sempre un posto e un valore preminente non solo per avvicinarsi e raggiungere la sobrietà ma per condurre poi da sobri una vita discretamente felice, abbastanza serena, una vita accettabile. Sono i grandi princìpi di A.A., quelli che desumiamo dal Programma, quelli che dovremmo mettere in pratica in tutti i campi della nostra vita.

Si apprendono nei Gruppi, stando assieme, leggendo il Grande Libro, mettendo in comune i nostri sentimenti e i nostri pensieri, prati­cando il Programma.

È probabile che chi ci frequenta da poco e fraintende questi princi­pi, non li capisca e forse non li ami. Ma una cosa è positiva e definitiva:

questi princìpi funzionano. Funzionano ogni ventiquattr’ore concreta­mente, definitivamente, in ogni parte del mondo.

Sicuro di questi principi, vorrei riflettere e mettere in comune come li ho praticati in tutti i campi della vita. In ordine cronologico è il Primo quello che ho capito, ammesso e accettato quando ho detto per la prima volta: io sono un alcolista.

Quali sono i limiti, i vantaggi e le responsabilità implicite in questa semplice dichiarazione? “Io” sono un alcolista, io, non il prossimo, gli altri. Vi ricordate quando bevevamo... quanti poveri alcolisti abbiamo conosciuto, sapete quelli che si ubriacavano subito, che non sapevano tenere e reggere l’alcol come noi. E quanti di quelli che leggono il Grande Libro per la prima volta pensano subito a tanti amici e conoscen­ti che potrebbero essere aiutati da A.A.: loro no, loro alcolisti? Mai. Almeno io ho ragionato e pensato per anni così: io, alcolista? Ma avete voglia di scherzare, io... mai.

Ma da quando io ho accettato la verità, la pratico, la consolido, la rinnovo questa convinzione: che ventiquattr’ore alla volta, ora dopo ora, minuto dopo minuto, io sono un alcolista.

Io sono un alcolista, non ero un alcolista, non un ex alcolista. E questo significa che - sia io sobrio un giorno, un mese, un anno, cinque anni, dieci anni o venti o trenta anni - se io prendo e bevo il primo bicchiere, inesorabil­mente, inevitabilmente, certissimamente, tornerò ubriaco e morirò.

Io sono un alcolista, sono sempre un alcolista e rimarrò un alcolista fino al giorno in cui dirò per l’ultima volta, morendo, la Preghiera della Serenità. E questa è la nostra “diversità”. Perciò noi siamo sì dei diversi, ma lo siamo solo quando beviamo; se smettiamo, siamo uguali a tutti gli altri.

Io sono un alcolista, e io accetto questo principio in tutta la sua glo­bale verità. E cosa realmente sono io, essendo un alcolista?

Non un degenerato, non un vizioso, non un debole, un uomo moral­mente riprovevole, non un velleitario, un vigliacco, un pauroso no: io sono un alcolista che ha in sé quel quid fisiologico, quel fattore X miste­rioso che mi rende ancora diverso, io sono uno che ha dentro di sé il meccanismo della compulsione. E perciò un alcolista è un malato, è una persona terribilmente ammalata nel corpo, nella mente e nello spirito. E perciò io ho accettato questo termine “alcolista” in tutte le sue connota­zioni: con i suoi limiti (non potrò mai più bere per queste ventiquattr’o­re), con i suoi vantaggi, il più grande dei quali è il dono di essere capaci di creare fiducia e confidenza nei nostri simili con le sue responsabilità principalmente quella di evitare di metterci in condizioni pericolose per la nostra sobrietà e l’altra essenziale e assoluta di dare, dare, dare agli altri la nostra sobrietà.

E quindi applichiamo e pratichiamo questo termine e questo princi­pio, come ci suggerisce nelle sue ultime parole il Programma, in tutti i campi della nostra vita.

Io sono un alcolista nella mia famiglia, nella mia casa, nella mia vita familiare. La coscienza della nostra condizione, l’onesta ammissione della nostra impotenza non dovrebbe mai venire meno; onestà, questo è un Programma fatto di onestà, perché altrimenti l’alcolismo diventa una scusa per sfuggire alle nostre responsabilità. Non dimentichiamoci mai che essere alcolisti non implica che la nostra pura e semplice sobrietà sia sufficiente alle nostre famiglie.

Quante volte si sente dire in giro: “Ma che vuole di più mia moglie o mio marito? Che vuole di più, io sono sobrio - o sobria!”; e no, la pura e semplice sobrietà non basta; io alcolista sono tenuto a restituire ai miei cari tutto ciò che l’alcol ha tolto loro: l’affetto, le attenzioni, l’interesse, il benessere economico; probabilmente occorrerà il resto della nostra vita per fare le nostre ammende ai familiari. La pura e semplice sobrietà non provvede a questa restituzione. Io sono un alcolista in tutti i campi della vita e nel campo della mia famiglia dovrei restituire ai miei cari tutto quello che ho loro tolto, non solo, ma dare loro tutte quelle cose, grandi o piccole, che contribuiranno a rendere la loro vita un poco più accetta­bile, un poco più serena e se possibile un poco più felice. Questo signifi­ca vivere le nostre ventiquattr’ore da alcolisti grati, umilmente grati per la nostra sobrietà.

Poi, io sono un alcolista nel campo della vita sociale, nei miei rap­porti con il mondo che mi circonda. E anche in questo campo praticare il principio che “io sono un alcolista” significa al solito di ammetterlo one­stamente e non di usarlo come scusa per comportamenti scorretti. Siamo stati antisociali una vita: cerchiamo ora di diventare sociali e socievoli, smettendo di inquietare e di irritare chi ci circonda con la scusa che noi siamo degli alcolisti. È un Programma fatto di onestà: cer­chiamo, man mano che passano le nostre ventiquattr’ore, anche di evita­re quelle bugie che abbiamo detto nei primi tempi: “Non bevo perché ho mal di stomaco, il fegato mi fa male, ecc.”. Noi, io sono un alcolista e per­ciò non posso, per queste ventiquattr’ore, toccare l’alcol.

I nostri rapporti sociali, se siamo onesti, miglioreranno e l’esperien­za ci insegna che godremo della stima e della fiducia del mondo che ci circonda.

E poi, io sono un alcolista nel campo del mio lavoro e in questo ambiente il mio passato di alcolista potrebbe essere pericoloso, potrebbe creare difficoltà e imbarazzi. Potrebbe essere, ma non lo è, se io ho l’as­soluta onestà di ammettere che io sono un alcolista ma sto facendo tutto quello che posso per riscattare il mio turbolento passato. Se io spiego qual è la mia condotta di vita, il mio programma di vita ora che sono un alcolista anonimo recuperato. Dopotutto, l’onestà paga sempre e attrae il prossimo, la disonestà lo respinge.

Anni fa al Nord conobbi in una clinica un alcolista che viveva i suoi giorni di disintossicazione, era alla seconda ricaduta, con il terrore che il

suo datore di lavoro, al ritorno in ufficio, scoprisse il suo alcolismo.

“C’è un solo modo”, gli suggerii, “perché non lo scopra mai”.

“E qual è, qual è?” chiese ansioso.

“È unì modo semplice e sicuro: quando torni in ufficio (lavorava in una grande e famosa società) vai direttamente dal capo e gli spieghi onestamente quello che è accaduto: che sei un alcolista anonimo con un preciso e imprescindibile programma di vita”.

L’amico sobbalzò nel suo letto: “Ma allora il mio capo saprà!”. “Sì, ma non l’avrà scoperto lui”.

Ebbene, oggi l’amico è il vicepresidente di quella società. L’onestà paga sempre e il nostro è unì Programma basato sull’onestà.

Poi, io sono un alcolista nel campo della mia vita emotiva. Ora tutti noi, alcolisti e non, viviamo in un mondo stressante e carico di emozioni. Ma noi alcolisti, certamente più sensibili, non dovremmo mai dimentica­re che, appunto, siamo alcolisti e non possiamo assolutamente permet­terci di indulgere in situazioni e in burrasche emotive, soprattutto per periodi troppo lunghi. Se seguitiamo a essere scossi emotivamente, sca­teniamo dentro di noi, prima o poi, la nostra fatale compulsione. Risen­timenti, autocommiserazioni, invidia, ecc. - Quarto Passo - io posso tenerli a bada se pratico i principi connessi al fatto che “Io sono un alco­lista”. Sarà così oggi, domani, dopo, sempre; e una volta alcolista, alcolista per sempre.

E poi, ancora, io sono fisicamente un alcolista; ho il fisico di un alco­lista e dovrei cercare di evitare certe situazioni che scatenano a volte automaticamente la compulsione. Dovremmo stare attenti a non stan­carci troppo, a non metterci in condizione di sentire gli stimoli della sete e della fame. L’esperienza insegna che in queste situazioni fisiche, io alcolista ricomincio a sentire il desiderio di bere. Meglio ricordarsi prima della ricaduta che io sono un alcolista e che il mio corpo in determinate situazioni tipiche, stressanti, scatena dentro di sé la compulsione. E in generale, io alcolista, che metto il mio nome al primo posto nell’elenco delle persone a cui debbo fare ammenda, dovrei prendermi molta cura del mio fisico soprattutto nei primi mesi della mia sobrietà, facendo esercizi e seguendo i consigli del medico.

E poi, ancora, io sono un alcolista nella mia vita spirituale. E se c’è un campo della vita in cui mai dovrei dimenticarmi che sono un alcolista, è proprio quello: il mio rapporto con il Potere Superiore, il trascendente, comunque io l’intendo, il Divino, per chi crede in Dio. È nel mio approc­cio cori Lui che non posso dimenticarmi che io sono un alcolista. Noi siamo alcolisti e, se vogliamo vedere sorgere sull’orizzonte della nostra vita il sole della sobrietà e conservarlo su di noi, non possiamo non chie­dere, ogni mattina, al Potere Superiore che ci dia la forza per rimanere sobri per queste ventiquattr’ore.

Ho visto tanti alcolisti rimanere sobri per un periodo di tempo senza ricorrere quotidianamente a questa preghiera, ma non ne ho mai visto uno scivolare e ricadere dopo avere creato un suo onesto e umile rapporto con il suo Potere Superiore, dopo la sua umile preghiera quoti­diana. Io sono un alcolista, non posso dimenticarmi che sono un alcolista ora dopo ora per le mie ventiquattr’ore, perché se dimentico di chiedere al mio Potere Superiore la forza di stare lontano da quel bicchiere, se lo dimentico e lo bevo, muoio. Noi siamo alcolisti, impotenti di fronte all’al­col: punto e basta.

E, infine, io sono un alcolista nel campo dei miei rapporti con l’Associazione di cui faccio parte. Alcolisti Anonimi mi ha fatto incredibi­li doni: mi ha coperto di benedizioni, mi ha ridato la vita e la fiducia, il rispetto, l’amore della mia famiglia e del mio prossimo. E io sono infinita­mente grato ad A.A., umilmente grato ad A.A., e metto in azione la mia gratitudine perché A.A. è un programma di azione. Come? In tanti modi:

uno di questi è quello di essere, se possiamo, generosi sul piano econo­mico. Se io alcolista, che quando bevevo mi sono rovinato finanziaria­mente riducendomi in miseria, ho ritrovato attraverso A.A. una modesta tranquillità economica, un mio piccolo benessere, inimmaginabile quan­do mi trascinavo tra un ospedale e una clinica; se io ho qualche soldo in più, non dovrei diventare avaro quando passa il cestello e se posso inve­ce delle solite mille lire - cosa sono oggi mille lire? Si danno per un’ele­mosina - metterci qualche cosa in più, non sarà mai niente in confronto al miracoloso dono che in A.A. ci è stato fatto: la vita sobria. E questa gratitudine in azione servirà sempre di più ad aiutare i nostri Servizi

Generali a restituire la nostra sobrietà ad altri alcolisti che ancora vivono nella disperazione e nell’angoscia - con l’inferno dentro. Perché in A.A. è dando che si riceve: e uno dei modi di dare e restituire, soprattutto per chi non ha tempo per il Dodicesimo Passo, è anche questo.

Io sono un alcolista e cerco di portare il messaggio della buona novella in tutti i campi della vita. Noi alcolisti dovremmo dare l’esempio della nostra sobrietà usando nei vari campi, ambienti della vita, tutti i Dodici Passi, tutte le Dodici Tradizioni.

Esempio della nostra totale sobrietà: nel lavoro, nella vita sociale, familiare, spirituale, nella vita di Gruppo.

Perché continuando a dare questo esempio, quando cerchiamo di portare il messaggio, noi seguiteremo a ricevere calma, distensione, più ampia apertura mentale, pace della mente: la serenità di accettare le cose che non possiamo cambiare.

Io sono un alcolista. Accettandolo, io posso essere finalmente me stesso, senza deludere impossibili ideali. Per quanto strano possa sem­brare a qualcuno, e impossibile perfino da pensare quando bevevo, mi piace essere un alcolista. In realtà, io amo essere un alcolista, lo amo tanto che non cambierei questa mia condizione con nessun’altra, perché se non fossi un alcolista, io non avrei incontrato A.A., i suoi piccoli, meravigliosi, divini Dodici Passi, non avrei incontrato A.A. che è la cosa più preziosa della mia vita.

Io sono un alcolista stasera, sarò un alcolista domani e rimarrò un alcolista fino a quel giorno in cui dovrò - come tutti i mortali - lasciare questa terra.

Anche noi ce ne andremo, ma se avremo praticato in tutti i campi una vita da alcolisti e raggiunto attraverso il Programma quel minimo di equilibrio e di accettazione che noi chiamiamo serenità, noi ce ne andre­mo da alcolisti sobri, senza paura, lasciando il ricordo di quello che avre­mo donato.

Ma fondata è la speranza che ci ritroveremo tutti - noi alcolisti - nell’Eternità.

Alcolista Anonimo (1987)

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Martedì 13 Dicembre 2016 18:53

LA SCIENZA DELL'ALCOL E DEI SUOI EFFETTI

Scritto da Tito
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LA SCIENZA DELL'ALCOL E DEI SUOI EFFETTI

PERCHÉ PRIMA TIRA SU, E POI DEPRIME? COME MAI LO TROVIAMO PIACEVOLE, ANCHE SE CI "INTOSSICA"?DOPO QUALI QUANTITÀ SI SUPERA IL PUNTO DI NON RITORNO, E SI INIZIA A STAR MALE? CURIOSITÀ SCIENTIFICHE DA RACCONTARE AGLI AMICI SU UNA SOSTANZA LARGAMENTE CONSUMATA DURANTE LE FESTE.

Tutti riconosciamo i sintomi di una sbronza. Eppure, gli effetti dell'alcol sul cervello sono complessi e spesso soggettivi.

Nella giusta misura è l'anima della festa. Ma basta superare una linea sottile (e piuttosto fluida) affinché l'alcol riveli la sua natura intossicante. Gli effetti della classica "sbronza" su organismo e comportamento sono ben riconoscibili. Ma come agisce l'alcol sul cervello? Perché continuiamo a consumarlo, anche se fa male? Come mai prima sembra risollevare, e in un secondo momento butta giù?

Smemorati e sedati. A livello neurologico, l'alcol interviene sull'attività di diversi neutrotrasmettitori, i "messaggeri" che veicolano informazioni tra neuroni: in particolare inibisce l'attività del glutammato, il principale neurotrasmettitore eccitatorio del cervello, e potenzia quella dell'acido gamma-amminobutirrico (GABA), il principale neurotrasmettitore inibitorio. La prima azione ha effetti visibili - in negativo - sulle capacità di risoluzione dei problemi e sulla memoria; la seconda, sortisce su chi ha bevuto un effetto ansiolitico e sedativo simile a quello di alcuni psicofarmaci (ecco perché chi ne fa uso dovrebbe evitare di bere).

Volume giù. Alcuni dei più evidenti effetti "soppressivi" dell'alcol colpiscono l'attività della corteccia prefrontale e dei lobi temporali: la prima è responsabile del pensiero razionale, della capacità di programmare, sopprimere la rabbia, fare valutazioni oggettive: tutti compiti che appaiono via via più difficili, dopo la terza "media" della serata. I lobi temporali giocano un ruolo cruciale nella memoria: ecco perché tendiamo a dimenticare le cose e a diventare incoerenti, quando siamo ubriachi.

Volume su. Ma l'effetto depressivo non riguarda tutte le aree del cervello. L'alcol aumenta l'attività dei neuroni della dopamina nel circuito mesolimbico della ricompensa, e allo stesso tempo incoraggia il rilascio di endorfine. Ecco perché dopo un bicchiere o due, la serata decolla, tra sentimenti di gioia, euforia e condivisione. Bere attenua anche l'attività delle aree cerebrali responsabili di inibizione e stress, e crea un generale senso di rilassamento.

Doppia faccia. Ma a un certo punto dei brindisi, capita spesso che l'atmosfera si spenga, e che l'entusiasmo iniziale muti in tristezza. Questo avviene perché l'alcol ha un andamento bifasico: i suoi effetti, cioè, appaiono diversi e contrastanti a seconda del livello di intossicazione. Evidenze scientifiche suggeriscono che l'allegria alcolica raggiunga un picco quando la concentrazione di alcol nel sangue è pari allo 0,05-0,06%.

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: http://www.focus.it/scienza/salute/la-scienza-dellalcol-e-dei-suoi-effetti

 

 

 

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
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